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Inverno, anni di piombo, V Battaglione Trasmissioni " Rolle " - Sacile ( PN ) -. Unità di supporto al V Corpo d' Armata che difendeva il paese dalle invasioni da Est; dalla Laguna Veneta alla pianura Veneta e per tutto l'arco delle Alpi dall'Alto Adige fino a Trieste.
Finito il pranzo a base di rigatoni al pomodoro e " finto pesce " ( così si chiamava ) che ogni tanto ci veniva propinato, dopo il caffè ed una partita al calciobalilla, per digerire, stavo tornando in camerata per un abbiocco prima di prendere servizio all'Ufficio Maggiorità dove svolgevo mansioni di segretario del Maresciallo Capo che era il segretario del capitano Aiutante Maggiore che era il segretario del Colonnello Comandante. Mentre, lemme lemme, mi avviavo verso gli acquartieramenti della IV Compagnia alla quale mi fregiavo di appartenere, passai vicino al lavaggio vassoi, operazione in parte manuale ed in parte per mezzo di una battaglionesca lavastoviglie. " porco cane, c'è la mia fidanzata che mi aspetta ed io sono di corvèe, tra un paio d'ore deve prendere il treno " sentii da un milite che, insieme con un altro impilava i fumanti vassoi d'acciaio che la lavastoviglie espelleva quasi bollenti. " Non è giusto lavare i piatti in questo momento " ripeteva al collega che annuiva " Non è giusto! ".
Mi avvicinai e mi offrii di sostituirlo fino alla fine della corvèe. Non ci credeva, ma convintosi per la mia assertiva insistenza, corse dalla sua bella in " visita parenti ". Completai la corvèe chiedendomi come mai con la " visita parenti " non era stato esentato dai servizi, come era consuetudine e forse come era statuito nel codice militare di pace. Forse mi aveva fregato. Con questi pensieri mi appisolai sul " cubo " alla base del mio letto. Il cubo era il materasso piegato su sè stesso ben affardellato con lenzuola e coperte. Doveva essere propriamente cubico sennò potevano fioccare punizioni, anche in cella di rigore.
Dopo un paio di semane, il mio beneficiato con la visita della bella mi inseguì mentre rientravo per il solito abbiocco post prandiale. Furtivamente mi bisbigliò : " Stanotte stai attento al gavettone ". Svanì con la stessa velocità con cui era arrivato, fare la spia poteva costare molto caro. Solo dopo mesi conobbi il suo nome quando gli regalai un foglio di viaggio col sigillo del battaglione. ( mio reato da ergastolo )
Riflettevo se dovevo crederci o meno a quella soffiata d'intelligence. Tuttavia, essendo un privilegiato della Maggiorità esentato anche dalle guardie, avevo già subìto un attentato sventato fortunosamente.
Al mattino, dopo la sveglia ( alle 6 ), il componimento del cubo, la barba, le varie abluzioni ed eventuali bisogni corporali, bisognava correre all'alzabandiera che avveniva ogni mattina, con qualsiasi tempo, con tutte le cinque compagnie inquadrate coi relativi comandanti e vicecomandanti e sottufficiali nella enorme Piazza d'Armi. Il Tricolore veniva issato lentamente da due militi al suono dell'Inno proveniente da un disco gracchiante girato da un fonografo della prima guerra. Il battaglione così composto veniva comandato per l'Attenti, all'inizio dell'Inno, da uno dei comandanti di compagnia. Finito l'Inno veniva ordinato il Riposo e si poteva correre a far colazione: latte, caffellatte, cioccolata a scelta; pane e marmellata, cornetto fresco o brioss a scelta. Se avevi l'amico alla distribuzione potevi anche mangiare due cornetti.
Tutte queste operazioni venivano fatte di corsa, arrivare tardi all'alzabandiera o non andarci poteva costare severe punizioni.
Un mattino, dopo la sveglia e le solite incombenze, mi ritrovai accovacciato e costipato su una turca. Ed era un bel guaio ! non volevo saltare il rituale mattutino ma rischiavo di arrivare durante l'Inno all'alzabandiera.
Mentre, deluso dall'insuccesso, mi stavo sollevando dalla turca reggendo i pantaloni della divisa da lavoro, vidi sulla mia sinistra una mano seguita da un braccio che tentava di acchiappare la corda dello sciacquone. Dal box attiguo al mio, forse aiutato da un altro milite, il tramezzo era alto più di due metri, un sicario stava tentando di farmi il gavettone al culo. Da non augurare a nessuno vista la portata cubica degli sciacquoni dell'esercito.
Afferrai il polso che si protendeva alla cieca verso la corda. Il sicario rimase appeso con l'ascella sullo spessore del tramezzo, io persi per terra mutande e pantaloni. Dovevo tenerlo saldo, con due mani, per vederlo in viso. " Lasciami che arrivo tardi all'alzabandiera " mi diceva. " Anch'io arriverò tardi " risposi e rinsaldai la presa. Dopo qualche minuto di battibecchi e di tentativi di divincolarsi vidi che il braccio del sicario si era notevolmente arrossato, tutto il peso gravava sull'ascella appesa al divisorio. All'ultimo " lasciami andare che me la faccio addosso ", impietosito e senza vederlo in faccia lo mollai. Rivestitomi, ispezionai tutti i box, era sparito. Corsi anch'io appena in tempo per l'alzabandiera.
Tornato quindi in ufficio, dopo la soffiata, architettai il piano di difesa. La sera, verso le undici, quando il chiasso di cento militi si attenuò, e furono spente le luci, riempii il letto col cuscino e tutto ciò che trovai nell'armadietto, coprii con la coperta il tutto simulando un trasmettitore dormiente. In mutande tattiche mi posi in agguato tra gli inviti a dormire dei miei amici. Erano le mutande tattiche dei boxer di taglia abbondante, di bianca tela rigida e rasposa che l'Esercito assegnava alla truppa con le divise e la biancheria da letto e le coperte.
Quindi, ero in agguato mentre tutti i trasmettitori, stanchissimi, si addormentavano. Scalzo, in mutande ma col maglione verde d'ordinanza ascoltavo i rutti e le scorregge che turbavano il silenzio che da poco era stato intonato dal solito fonografo. Non si sentiva altro ormai e dalle finestre entrava la luce dell'illuminazione dei piazzali.
Ogni camerata era composta da una dozzina di stanzoni con un corridoio centrale, cinque/sei stanzoni per lato. Poteva apparire come le corsie dei vecchi ospedali di una volta. Ogni stanzone ospitava otto/dieci letti e non aveva porta. Il mio stanzone era il secondo a sinistra dopo la porta d'ingresso che apriva sulla tromba delle scale. Tra la parete su cui appoggiava la testata del mio letto, il primo della fila di sinistra, e l'apertura senza porta c'era l'angolo retto in cui ero agguattato, proprio dietro il muro tra corridoio e stanzone.
Verso mezzanotte, quando già stavo pensando di andare a letto, il silenzio fu rotto dallo scrocco della porta d'ingresso. Trattenni il respiro, passarono molti secondi e, quando ebbi la tentazione di guardare nel corridoio verso la porta, mi si parò, a una spanna dal naso, una mano che reggeva un grande sacco della spazzatura pieno di un liquido che, là dove gocciolava da un angolo della base, sembrava acqua. Il sicario si faceva precedere dal braccio armato pronto a lanciare il proietto sul mio letto, possibilmente sul viso. Attesi ancora qualche secondo e, quando si appalesò mezza persona, lo agguantai per il polso armato. Il sicario, paralizzato dalla sorpresa, lasciò cadere il sacco che allagò parte del corridoio e parte del mio stanzone bagnandoci i piedi. Urlai " ti ho preso " ed incominciai a frustarlo col cinturone da combattimento lato fibbia. In un istante si accesero tutte luci e 100 militi si svegliarono tra imprecazioni e vaffa. Ma appena compreso il fatto incominciò il tifo da stadio. Molti, in cerchio intorno ai duellanti urlavano: " Ammazzalo che è della quinta ", " Non fartelo scappare ", " Mena più forte ". Era una bolgia. Il vile, agile come un gatto, ora parava i colpi con le mani, ora voleva girarsi, superare il cordone umano e guadagnare l'uscita. Ci riuscì, e correndo su per le scale guadagnò l'ingresso della quinta compagnia dove fu raggiunto dall'ultima scudisciata che lo colpì su una guancia.
Tutte le luci erano accese ed il tifo era ancora da stadio nella quarta. C'erano conti in sospeso con la quinta che furono lavati con la loro acqua. I mandanti furono subito individuati. Gli inquilini della stanzone davanti al mio, non avevano fatto il tifo ed erano tetri come dopo una goleada subita. Erano tra i miei nemici, erano sempre di guardia ed era un affronto per loro, tutti di Mestre, dover sopportare un siciliano in Maggiorità.
Al mattino, all'alzabandiera, il mio capitano era più allegro del solito, anche lui aveva conti in sospeso con la quinta.
Al pranzo cercai il sicario. Aveva stampato su una guancia lo stemma del battaglione inciso sulla fibbia del cinturone. Un pò più in là lo spione se la rideva sotto i baffi. Avvisai il sicario che avrebbe dovuto guardarmi le spalle perchè in caso di attentati avrei cercato lui. Rosso come un peperone annuiva lacrimando.